Ok… forse un pò troppo autocommiserante come prima presentazione. Non c’è problema, per gli amanti del cinismo e dell’autoironia, me compresa, proviamo con un’altra:

2.La vita e le opinioni di Erika Marin, gentildonna.

Ok,  titolo azzardato, eh?

2.   Me

Io. Io Ho sempre speso patrimoni rilevanti dal parrucchiere per tingermi i capelli di un biondo sempre più tendente al platino pensando di riscuotere così un successo meritato (dal parrucchiere), mentre ci fu una totale indifferenza da parte delle mie relazioni sociali. Frasi come: <<Ah, davvero ti sei tinta i capelli? Non l’avevo notato.>>, o più spesso: << Si stai bene.. ma stavi bene anche prima>> erano i massimi riscontri ottenuti, non di rado accompagnati da una smorfia del recensore che sembrava volesse dire: <<Tipica gente che non sa più cosa inventarsi per spendere soldi>>.
Io ero così. Mi tingevo i capelli e scrivevo poesie. Mi tingevo i capelli e sputavo sentenze.
Odiavo gli amici di tutti e di nessuno, ma soprattutto coloro che ammettevano di non avere interesse alcuno. Mi davano fastidio i toni colloquiali e lo sforzarsi a trovare motivi originali.
Io pensavo, oh, eccome se pensavo, pensavo fin troppo. A volte mi sedevo su una panchina nel parco e pensavo, pensavo per ore ed ore senza stancarmi. Raramente mi stancavo e raramente mi annoiavo. Me stessa non mi ha mai annoiata, a dir la verità. Avrei potuto passare anni da solista come un’eremita che si rispetti, su per le montagne, senza mai provare quel sentimento di desolazione e autocommiserazione. Si, questa era la noia per me. E per capire la noia bisogna aver letto molto. La maggior parte della gente si annoia e non sa il perché; basterebbe aver letto e tutto  risulterebbe più chiaro, sicuramente più attanagliante ed inquietante, ma sicuramente più chiaro, e quale miglior sentimento vale la pena di provare, se non quello consapevole? <<Se la vita dev’essere tedio, tedio sia, purché sia elegante>>.
Così la pensavo. E mi sbagliavo. Di grosso.
Un giorno però, l’ironia della sorte ebbe la brillante idea di colpire pure me, un’ironica.
Avevo amici brillanti, frequentavo il liceo ed ero rispettata da compagni ed elogiata dal professore più cool del triennio (forse ero anche un po’ superba). Pensavo di fare grandi cose e che solo le grandi cose avrebbero potuto scalfirmi l’anima in maniera rilevante. Ma mi sbagliavo. L’enorme sbaglio fu quello di sottovalutare la potenza delle piccolezze e l’opprimente pienezza del vuoto.

Mi iscrissi a lettere, consapevole di non saper fare e comprendere altro. Ho sempre amato gli estremi: così chiari scorci attraverso i quali si riescono a scorgere barlumi di verità, anche se solo per poche frazioni di secondo.
Ero contenta di me e della mia vita sospesa ed eterea come una bolla di sapone che rifletteva mille colori a seconda dell’angolazione da cui la guardavi, ma sempre splendente. Ma non sapevo che una cosa così bella avrebbe potuto scoppiare da un momento all’altro e dissolversi senza lasciare tracce, apparte un lieve odore d’amarezza, apparentemente privo di fonti.
Ora però forse capisco che era bella proprio perché trasudava finitezza.
Spesso l’ingrediente segreto delle cose belle è una grave mancanza, evidente o meno, che va ad esaltare tutto il resto.
Ma questo io, prima, non lo sapevo.